Di guerre e di ricordi

foto fiori

Il 25 aprile. Un giorno in cui i media fanno a gomitate per trasmettere film, documentari e reportage fotografici per ricordare la Resistenza. Ma la Liberazione, la Storia, quella vera intendo, quella fatta di paesani che ancora hanno nelle orecchie i fischi delle bombe, non è ancora mai stata raccontata. E chissà se verrà mai fatto.

I solchi di dolore sul viso di contadini, quelle terre raccontate nei calli delle mani, quei fiori bruciati nelle case sono ancora nell’ombra, impressi nelle vite di pochi o in una croce di ferro inchiodata ad una quercia sulla collina di un piccolo paese.

Arnara

Racconta una vecchia signora, con il viso scritto da rughe e lo spirito vigile e combattivo, che la guerra un giorno ha bussato alla sua porta, sulla collina di Arnara detta “coste“. Stavolta il suo nome era Giorgio, colonnello canadese arrivato da Montecassino per scovare gli ultimi tedeschi ormai in fuga.

Dalle coste, quando non c’era foschia e il fumo dei cannoni si dipanava oltre le linee, si poteva vedere Montecassino e un panorama che si spingeva ben oltre le aspettative dei soldati. Collina perfetta per allestire un posto di blocco, tedesco prima, canadese dopo.

Il colonnello e gli altri canadesi andavano alla ricerca degli ultimi soldati tedeschi in fuga, in particolare di quei sei che avevano fatto resistenza agli alleati ai piedi delle coste, in quello che ancora oggi chiamiamo Vallone.

foto arnara

Si continuava a combattere in quei giorni, nonostante le bandiere della Liberazione sventolassero in aria fiere e speranzose. Gli ultimi tedeschi rimasti nel cassinate si divisero, alcuni si diedero alla fuga, altri tentarono la resistenza con le poche armi che gli rimanevano. Così accadde nel Vallone. I marocchini, in arrivo dalle zone castrensi, uccisero due tedeschi e ferirono un terzo che, datosi alla fuga, esalò l’ultimo respiro qualche chilometro più lontano, vicino la chiesa di Santa Maria.

Ce n’erano ancora tre da catturare e il tempismo certo, in quell’occasione, non aiutò i canadesi. I tre fuggitivi trovarono ricovero nella casa della vecchia signora, a quel tempo un’adulta tredicenne, proprio la sera prima dell’arrivo del colonnello Giorgio. Portarono con loro non solo armi ma anche un maialino, che Tresia, prima donna di casa, lo cucinò con le poche patate che custodivano gelosamente in dispensa.

L’ultima cena da uomini liberi prima dell’arrivo dei canadesi. Spuntata l’alba i tedeschi lasciarono la casa delle coste per iniziare una fuga impossibile verso Roma. Stavolta, però, non ebbero scampo e la loro corsa si fermò nei dintorni di Aprilia, nella zona dell’acquafagna, dove era stanziato un comando base tedesco occupato ormai dai canadesi. Proprio lì finì quello che mesi prima era iniziato. I saccheggi, le razzie e l’ospitalità forzata di quegli stessi tedeschi che arrivarono anche ad uccidere tre italiani (padre e due figli) per un semplice asino.

La vecchia signora ricorda che, giorni prima, alcuni tedeschi portarono al comando dell’acquafagna tre italiani, perché rifiutarono di consegnargli il loro asino. Unica fonte di sostentamento. Gli fecero scavare delle buche profonde. E proprio in quelle stesse buche vennero gettati brutalmente ancora vivi. Le case nei dintorni raccontarono di aver sentito urla disperate e strazianti, a tormentare le stelle.

Ora, il ricordo di quella strage, di quella notte, non è morto con loro. Continua a vivere a metà della collina delle coste, dove la vecchia signora, mia nonna, mi ha indicato la croce di ferro inchiodata alla quercia di casa Silvestri. La stessa casa in cui, per un asino, un’intera famiglia fu costretta a dire addio alla vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *