Quel terribile lunedì di paura

foto cielo
Il cielo di un terribile lunedì di paura

Sicuramente sarà capitato anche a voi di chiudere gli occhi la domenica sera con quel senso di insostenibile fastidio per il giorno degli inferi: il lunedì. Quel giorno della settimana in cui vieni colto dal desiderio di infilzare il portiere come fosse un arrosticino di pecora. Scelgo la filiera di produzione degli arrosticini per il chirurgico lavoro nel fare a pezzetti piccoli piccoli “un qualcosa”. Un lavoro in cui è possibile trovare un appagante giovamento. Credetemi.

 

Questo per dire che neanche un paio di Louboutin ti farebbero venire la voglia di uscire dalle coperte. Per non parlare, poi, se accade che apri gli occhi 15 minuti prima della sveglia. E hai sognato tutta la notte di sederti sui migliori water di Caracas. Dopo essere colta dal dubbio di appurare il grado di umidità di mutande e lenzuola, capisci che, forse, è il caso di tirarsi su dal letto e a dare un senso a quel sogno neanche troppo freudiano. Dopo aver affrontato tolettatura & co, con quei maledetti 15 minuti di sonno sprecato sulle occhiaie, finisco finalmente al volante ad un orario consono.

 

Accendo la radio e provo a ricredermi su quel lunedì: let it be, diamonds and rust e poi Carly Simon, che dà al mattino quel tocco anni ’80 che non guasta mai. Cielo azzurro, la carezza del sole che prepotente si fa strada attraverso un vetro color fango. Tutto secondo i piani. No traffic. No panic. No shame davanti a quel badge così pignolo sulle 9:00. Il solito semaforo rognoso continua a tenere in ostaggio le sue solite 15 macchine. Ma ad appena un chilometro dal traguardo e con ben 20 minuti di anticipo nulla mi spaventa. Uno sguardo al cielo, John Waite che mi canta missing you e uno stato di relax decisamente insolito lungo quella strada.

 

E poi lo squillo delle trombe. Un suono rivelatore, molto caro a noi romani d’adozione: il clacson. Accompagnato da un gemito onomatopeico che i romani doc imparano a riprodurre prima ancora dei classici mamma e papà. Li mortacci tuaaaaa. Naturalmente abbinato ad un’automatica flessione in avanti dell’avambraccio. Alzo gli occhi e la vedo: una visione chiara e familiare. Un brulicare di macchine che ondeggiano avanti e indietro sullo stesso punto. Una fitta e immobile fila a perdita d’occhio. La certezza di non arrivare mai più e la sensazione di essere già sfinita prima ancora di incollarmi al pc. Ed è subito giorno. Un immediato viaggio di ritorno alla realtà che neanche la delorean saprebbe fare meglio. Diffidate dal lunedì mattina.
È un incubo che ama scherzare con la sensibilità altrui.

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