O’Cebreiro-Triacastela: 5 Tappa del Cammino di Santiago

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o'cebreiro-triacastela: 5 tappa del cammino di santiago

E poi, alla fine, sulla cima del Cebreiro ho conosciuto l’infinito…

Avevi ragione: in fondo, sto cercando un compagno per un viaggio immaginario. Ma hai sbagliato nel dire che forse non ho bisogno di un compagno reale. È esattamente il contrario: ho bisogno di un compagno reale per il mio viaggio immaginario. 

David Grossman

Dopo una doccia normale, in un bagno normale, la padrona della casa in cui alloggio, in preda ad una pena incommensurabile, mi ha dato una qualche sorta di disinfettante per alleviare l’infezione. Sappiate che se arrivate in fin di vita sul monte Cebreiro mettetevi l’anima in pace e preparatevi a crepare. Lì non esiste neanche l’ombra di un medico o di una farmacia. Affidatevi completamente ad ogni sorta di preghiera, Dio, Buddha o entità in cui credete per cercare di tenervi in piedi.

Io mi sono rimessa all’anziana donna scorbutica proprietaria di casa. Vi dirò, l’impressione di essere finita nella casa di Misery non deve morire non era così surreale. Ho pazientato nella sua cucina che mi portasse quel miracoloso siero rosso curavesciche, mentre sua sorella stirava e un pentolone pieno di non so cosa bolliva sul fuoco. Ribolliva allo stesso modo in cui quel siero friggeva sulle mie vesciche.

Rigorosamente in ciabatte esco di casa. Valutare la possibilità di infilare le scarpe con quelle vesciche era come pensare di assomigliare ad una donna esteticamente plausibile durante il Cammino. Follia pura. Ritrovo loro tre, il Prof, la Saggia, la Viola e la fantastica coppia catanese, Giovanni e Stefania, ad unirsi in una comitiva che stava prendendo vita.

A 1300 m di altezza lo spettacolo che offre il Cebreiro è uno sguardo da mozzare il fiato. Filamenti rosati di nuvole che veleggiano su campi di speranze, sudore e preghiere. Ad accompagnare il sole nel suo cammino un vento freddo, che canta per sciogliere le fatiche del giorno.

Sembra di essere in un film medievale. Una sorta di Tristano e Isotta senza Tristano né Isotta ma con una storia dal cuore pulsante. Piccole case in pietra, viottoli di sassi limati dai passi dei pellegrini di ogni epoca.

Nell’unica chiesetta al margine del paese, Santa Maria la Real, è custodita la tomba di Don Elías Valiña Sampedro, parroco di Cebreiro che, all’inizio degli anni ’80, munitosi di vernice gialla, tracciò quelle stesse frecce gialle che centinaia di pellegrini ogni giorno seguono, dando nuova luce al Cammino di Santiago.

Un bicchiere di sangria e una cena tipicamente gallega tra risate, chiacchiere e racconti per rifocillarci e farci attendere con trepidazione la prossima alba.

Chiudo gli occhi con la convinzione che i dolori mi avrebbero lasciata inchiodata a letto il mattino seguente…

… Li riapro con l’insostenibile voglia di riprendere il Cammino.

Non so cosa sia successo quella notte, ma il risveglio è stato la certezza di poter camminare. Certo, da quel giorno è iniziato un rapporto di feroce e ossessiva dipendenza da ibuprofene e diclofenac sodico. Ma ero in piedi. E camminavo.

Il freddo del mattino a 1300 m di altezza è un’accoglienza difficile da digerire. Stefania mi ha lasciato le sue bacchette per aiutarmi a camminare. Fedeli amiche che non avrei lasciato mai più, anche a costo di farmi arrestare all’aeroporto di Madrid.

Il problema è solo la regolazione della misura, dal momento che la Saggia e la Viola mentre tentano pazientemente di sistemarmele, vengono osteggiate dalla Signorina Rottermaier. Un’anziana signora tedesca che bacchettava e piegava alle sue regole ferree tutti i pellegrini incontrati lungo il cammino.

La evitavamo come la peste. Lo so, non si fa, ma anche questa si chiama sopravvivenza, che diamine. E poi toglietevi dalla testa che lungo il Cammino siamo tutti santi eh…

Cominciamo a scendere dal Cebreiro con la speranza di aver chiuso il capitolo “salite”. Ma la guida ne segna un’altra, che la sera precedente abbiamo sottovalutato: l’Alto do San Roque (1270 m), fino a raggiungere l’Alto do Poio (1337 m). Una seconda magia ci aspettava in quell’angolo della Galizia…

 

Un zumo de naranja, qualche mandorla per ritrovare energia, quattro chiacchiere con pellegrini di ogni età e si riparte.

Da qui, è tutta in discesa… ma chiunque vi abbia detto che le discese sono più semplici delle salite, di sicuro non ha mai avuto dolori alle ginocchia. Si passa per Fonfrìa, O’Biduedo, Filoval, As Pasantes, dove non dimenticherò mai il volto stremato di Alice, in lotta con il suo ginocchio.

Il mio problema non sono tanto le vesciche quanto le due tendiniti. Un dolore costante che non mi lascia pensare ad altro. Ma c’è qualcosa nella sofferenza degli altri che aiuta ad alleviare i propri tormenti. Un senso primitivo di partecipazione al dolore che il più delle volte sottovalutiamo. Un intrinseco e sincero senso di solidarietà. O magari trovarsi davanti agli occhi una proiezione di sé e dei propri dolori ci fa scoprire una forza che pensiamo sempre di poter offrire agli altri ma mai a noi stessi.

Soffrire insieme è un tormento più lieve. Ridere insieme è una gioia più radiosa. La parte mancante della mela sono gli spicchi di chiunque voglia camminare con noi, per lenire dolori e rincorrere gioie. In qualsiasi cammino, per quanto in solitaria si decida di procedere, arriva prima o poi la consapevolezza che siamo esseri umani con un cuore che ha bisogno di battere insieme.

Arrivo zoppicando a Triacastela, dove mi aspettano gli altri per pranzo.

Special guest una giovane coppia nata sul Cammino. Ebbene sì, anche in condizioni che sfiorano i limiti dell’umana decenza può sbocciare l’amore. E il gossip. E, detto in confidenza, nessun pellegrino “gli dava una lira” alla nuova coppia. Ma a me piace pensare che continuano a camminare insieme.

Un pranzo di carne e verdure, in attesa che il ghiaccio sulla gamba si sciolga e che la farmacia tiri su la serranda. Non ho mai desiderato entrare in una farmacia come quel giorno. Lungo la strada assolata, poco fuori dal centro di Triacastela mi sento chiamare dalla finestra di un albergo “Ma tu sei la ragazza ciociara?”. Ed è subito l’orgoglio paesano a rispondere “Certo che sì!”. È Massimiliano detto l’Umbro, che comodo comodo in albergo aspettava di farsi fare un massaggio per dolori in ogni dove. Quattro chiacchiere con l’Umbro e un’altra coppia di pellegrini e riparto con un unico obiettivo: la farmacia.

Per la prima volta tornavo a sentire “profumi”. Sentivo profumo di civiltà. Può sembrare assurdo ma durante il Cammino una delle cose che viene a mancare sono i profumi. L’odore dei boschi, della nebbia al mattino, delle strade di terra e delle pietre, aveva lasciato il posto per qualche minuto ai profumi industriali.

Faccio scorta di antidolorifici, cerotti, garze e una crema di rose per dimenticare l’espressione schifata della farmacista alla vista delle mie vesciche. Un’esibizione al pari di un film splatter davanti ad una fila di pellegrini che continuava anche fuori la porta.

 

Ancora 2 chilometri e raggiungo gli altri a Balsa, nell’albergue El Beso, un’oasi verde in cui il bio va alla grande. In quei due chilometri di strada incontro un buffissimo pellegrino di nome Edoardo.

La prima impressione è quella di un probabile serial killer. E trovarmi in un bosco da sola con lui non è una sensazione così esaltante. Non parla italiano, non parla inglese, biascica uno spagnolo dialettale: capirlo è come cercare di leggere I fratelli Karamazov in un giorno di felicità. Fatto sta che lui parla nella sua strana lingua e io rispondo in ciociaro. Due ciechi a fare a sassate. Ma ci capiamo. Edoardo viaggia di notte e dorme di giorno. Non chiedetemi il perché. Va bene così. Ricordate che una regola ferrea è “la prima impressione è quella che conta”.

Arrivo a El Beso con Edoardo (sana e salva), dove una carinissima Elisa ci accoglie nell’albergue. Il Prof, la Viola e la Saggia hanno già occupato i loro letti e dopo una doccia calda li raggiungo in giardino per il serale controllo vesciche.

In lontananza una pellegrina ci guardava con aria sospetta: Luisa, la Rocker. Non le ho mai chiesto che cosa stesse pensando mentre ci guardava alle prese con vesciche di ogni genere. Ma forse è meglio non farsi certe domande.

Cena comunitaria gluten free. Le cene che preferisco: un gruppo di pellegrini mai visti prima si siedono intorno ad un tavolo per mangiare e parlare delle loro vite. Un padre partito con suo figlio appena “maturato” in un viaggio insieme, per accompagnarlo nell’età adulta dell’università.

Una brasiliana dal sorriso di mare. Un olandese dal ciuffo fluente grigio, in stile attore di soap opera dell’est. Edoardo psycho killer. Poi ci siamo noi quattro, Luisa la Rocker, con la quale spartivo un fardello di esperienze simili. E, infine, le due ragazze che gestiscono l’albergue. Elisa, una delle due, ci racconta la storia del suo amore finito, a Finisterre, dopo 14 anni di cammino insieme. Nessun rimpianto, mai. Quello che resta è la consapevolezza che la strada non si decide a tavolino, si percorre. Qualunque essa sia.

Elisa ci racconta, poi, la storia di un altro amore, cominciata proprio in quel bosco di Triacastela. I proprietari dell’albergue, lei capo di una società informatica, lui architetto, appartenenti entrambi ad esperienze e famiglie diverse, hanno mollato e venduto tutto per tirare su, dai ruderi di una capanna, uno strepitoso albergue, El Beso. La verità spudorata, in quella serata di racconti e ricordi è che la vita non si sceglie, si vive.

La notte, in quel bosco sospeso nel tempo fatto di alberi secolari, profumo di eucalipto e roverelle, ognuno è libero di esprimere un desiderio. Ognuno ha l’occasione di abbandonarsi ad una prodigiosa scia di stelle cadenti che illuminano la strada del domani.

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